Milano 1970

Migranti, storie di uomini e pregiudizi

#Pomigliano D’Arco (Na)

Tra #IPARITRAPARI

Mi ci trovo dentro da molti anni ormai. Dentro le migrazioni. Ne ho studiato dinamiche e storie all’università, ho continuato interessandomi della Letteratura Italiana della Migrazione (LIM) e di quella della Migrazione Mondiale (LIMM) curando la comunicazione per il “mio” (e di tutti) docente di Letteratura Comparata Armando Gnisci. Sono stato io stesso un migrante. Ed ho scritto nella lingua del Paese che mi ha ospitato.

Ho studiato le guerre ed i flussi migratori. I conflitti etnici, gli scontri civili e le ordi di popoli in cammino. Ho tenuto una conferenza in spagnolo all’USC (Universidad de Santiago de Compostela) agli studenti del Corso di Laurea in Storia Contemporanea nel 2007 proprio sull’Emigrazione Italiana e L’Immigrazione di allora, come oggi, in Italia (Italia, ayer tierra de emigracion, hoy tierra de inmigracion).

Ne ho scritto saggi e pubblicazioni, ho montato ed ideato video. Sono vicino a “chi viene e chi va”. Contro ogni pregiudizio e generalizzazione. Per la libertà.

IParitrapari presentano Migranti, Pomigliano D'ArcoPrendo parte, sabato prossimo, alla messa in scena di uno scritto teatrale di Antonio Rea per il Forum delle Culture 2013. “Migranti, storie di uomini e pregiudizi”. Sarò Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano ucciso su una sedia elettrica in America nel 1927 insieme a Nicola Sacco da un pregiudizio etnico, sociale e culturale. Ucciso per una colpa non commessa. Ed è proprio questo pregiudizio ad essere messo in scena, nel suo legame con il pregiudizio che oggi gli Italiani hanno nei confronti dei Rom e che hanno avuto in passato per i Marocchini, gli Albanesi, gli Islamici. Secondo “la moda del momento”.

Quel pregiudizio che ci fa gridare “Al mostro” ogni volta che una donna viene stuprata o viene derubato o ucciso qualcuno. Quel pregiudizio che ci fa “etichettare” i Rom come ladri, assassini e ubriaconi.

Il parallelismo viene sviluppato in due atti. Uno con protagonisti gli Zingari. L’altro con protagonisti gli emigranti italiani nell’America degli anni 20. L’arrivo a Ellis Island, l’isola delle lacrime. La dignità calpestata. La colpa affibiata a chi colpa non ha. Un tema abbastanza complesso e ricco di spunti, difficili da sintetizzare in un post, considerando la mole ingente di letteratura sul tema.

Oggi Lampedusa assomiglia un po’ alla Ellis Island Americana. Da Nord arrivano i Rom o Sinti, da Sud arrivano i “fuggiaschi” dall’Africa e dal Medio Oriente. E’ la guerra la prima causa per cui si scappa dal proprio Paese. Paura della Guerra. Sono nordafricani, arabi, maghrebini. Ci sono gli Eritrei che hanno ancora nei pensieri il ricordo di una storia raccontata di pacifica convivenza, dopo la seconda guerra mondiale in cui soprattutto ad Asmara convivevano comunità di paesi e religioni diverse, cattolici e copti, musulmani ed ebrei, induisti ed ortodossi. Quell’Eritrea vecchia colonia italiana

Hanno negli occhi la paura, la paura della morte. Anche la traversata che fanno per loro è una guerra. Madri incinte, piccole creature indifese. Non sanno nuotare, la maggior parte, come tutti gli uomini di colore (raramente si vedono uomini africani nuotare, pensate alle Olimpiadi). Anche il mare è un campo di battaglia. Sebastiao Salgado, uno dei più ammirati e copiati fotografi contemporanei, ben narra nei suoi scatti la condizione dei “Caminantes”, chi è in cammino e scappa. Ho avuto il piacere di ammirare i suoi lavori a Santiago de Compostela, nel 2007, in una sua mostra itinerante. “En camino” era il titolo, splendidamente introdotta dalle parole del poeta antillano Derek Walcott che parla del Migrante come figura chiave del XXI secolo.

, and that is the vision
that narrows is the irises of dying
and the rired whom we leave in ditches
before they stiffen and their brows go cold
as the stones that have broken our shoes,
as the clouds that grow ashen so quickly after dawn
over palm and poplar,
in the deceitful sunrise
of this, your new century.

…e questa è la visione, che a poco a poco si restringe dentro le pupille, di chi muore e di chi si abbandona in un fosso, rigido e con la fronte che diventa fredda e grigia come le nuvole che, quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere, sotto i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora di questo nuovo secolo che è il vostro (The Migrants, 2000, Derek Walcott).

Guardo con piacere il Bartolomeo Vanzetti interpretato da Gian Maria Volonté nel film di Giuliano Montaldo del 1971. Così, per farmi un’idea. Per decidere di indossare quel completo grigio con papillon nero che l’anarchico di Villafalletto indossava durante il processo.

In “Migranti”, Storie di Uomini e Pregiudizi” si parlerà di libertà. Con il tono ironico di battute  da commedia e la lingua napoletana che si amalgama perfettamente con l’italiano degli anarchici, degli zingari e degli americani. Studiate e curate le musiche: da The Song of Nick and Bart di Joaen Baez a Lacreme ‘e Cundannate di Alfredo Bascetta. Dal Ballo degli Zingari a la Ballata dei mestieri.

Here’s to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!»

E poi c’è l’amore. Tra uno zingaro ed un’italiana. L’amore degli emigranti per l’Italia. L’amore per la libertà.

Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America”. E’ Bartolomeo Vanzetti che parla durante il processo. Ed intanto scrivendo, ascolto uno splendido pezzo di Simone Cristicchi dal titolo “Cigarettes” che riprende una relazione del 1912 dell’Ispettorato del Congresso Americano sull’Emigrazione degli Italiani negli Stati Uniti D’America.

Dopo Cristicchi, ascolto i Tiromancino, Migrantes: “Siamo la polvere della storia…”.

Molti famosi intellettuali, compresi Albert Einstein, Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, John Dos Passos, Upton Sinclair, H. G. Wells e Arturo Giovannitti (il quale fu protagonista di un caso simile) sostennero a favore di Nick e Bart (come venivano chiamati) una campagna per giungere a un nuovo processo; l’iniziativa, tuttavia, non approdò ad alcun risultato. Il 23 agosto 1927 alle ore 00:19, dopo sette anni di udienze, i due uomini vennero uccisi sulla sedia elettrica a distanza di sette minuti l’uno dall’altro (prima toccò a Sacco, poi a Vanzetti). La loro esecuzione innescò rivolte popolari a Londra, Parigi e in diverse città della Germania. I corpi dei due anarchici furono cremati e oggi le loro ceneri si trovano nel cimitero di Torremaggiore, città natale di Sacco.

Mi piace leggere le parole dei due uomini al figlio di Nicola Sacco, Dante, come il giovane figlio del nuovo sindaco della Grande Mela, Bill De Blasio. Come il nostro Dante. Mi piace, mi dà l’idea dell’essere italiano. Sì, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre idee, che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire” (Nicola Sacco al figlio Dante, 1927)

Ricordati sempre, Dante, della felicità dei giochi non usarla tutta per te, ma conservane solo una parte (…) aiuta i deboli che gridano per avere un aiuto, aiuta i perseguitati e le vittime, perché questi sono i tuoi migliori amici; son tutti i compagni che combattono e cadono come tuo padre e Bartolo, che ieri combatté e cadde per la conquista della gioia e della libertà per tutti e per i poveri lavoratori (Bartolomeo Vanzetti al figlio di Sacco, Dante – 1927).

 Come a Napoli, nel quartiere Ponticelli si cerca di scacciare gli abitanti Rom di una palazzina accusandoli di furto di bambini. Lo stesso furto di bambini di cui parlavano in Grecia per quella famiglia con Maria, pelle bianchissima, occhi azzurri e bionda, per nulla rispondente alla tipica estetica della razza Rom. Ma poi, si indaga, ed ecco che esce la loro cultura. La madre naturale della bambina non poteva mantenerla. E così l’ha data a loro.(Leggi la notizia)

D’altra parte si può notare che mai un padre o madre rom ammazza il proprio figlio. Né abortisce. Non ci sono infanticidi. Non si permetterebbero mai di abbandonarlo alla morte in un secchio di immondizia. Quell’immondizia e quei cassonetti in cui molto spesso si rovista per cercare qualcosa di utile. Per sopravvivere.Preferiscono tenerli per chiedere l’elemosina. Nella povertà e nella miseria molte volte, certo, ma pur sempre vivi.

Ogni cultura, ogni popolo, ha le sue abitudini, tradizioni, credi e etica condivisa che magari sembrerà assurda agli occhi di un’altra popolazione. Ma la storia mondiale è fatta di scontri di visioni differenti, di comportamenti che a chi non li ha mai visti, o non li vive, potranno sembrare contro ogni morale.

Mi piacciono le parole di Amara Lakous, scrittore algerino, uno degli esponenti più mirabili della Letteratura Italiana della Migrazione (e Letteratura Mondiale) che racconta di quando andò a New York per la presentazione di “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”.Durante gli incontri, molti mi hanno chiesto un commento sui provvedimenti del governo Berlusconi riguardo gli immigrati, come il rilievo delle impronte digitali ai bambini rom. Le mie risposte hanno suscitato reazioni e ricordi. Una signora italo-americana, indignata, ha letto un passaggio dal New York Times del 5 marzo 1882: «Non c’è mai stata una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati che si sono riversati qui come gli italiani. Rovistano tra i rifiuti nelle nostre strade, i loro bambini crescono in luridi scantinati, pieni di stracci e ossa, o in soffitte affollate, dove molte famiglie vivono insieme, e poi vengono spediti nelle strade a fare soldi nel commercio di strada». Il paragone tra gli italiani newyorkesi e i rom nostrani è sconvolgente.

E poi come non citare il libro di Gian Antonio Stella “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi” pensato in realtà con il titolo “L’orda. Quando i marrocchini eravamo noi”, un repertorio degli stereotipi contro gli immigrati italiani: assassini, delinquenti, sporchi come i maiali, clandestini, analfabeti, trafficanti dei bambini, ecc.
L’ uscita del libro però coincideva con la comparsa del nuovo nemico di turno. Andava di moda l’albanese, il rapinatore, e non il marocchino, lo stupratore, immortalato nell’immaginario dal pianto disperato di Sofia Loren nel film «La Ciociara».
Dopo l’ 11 settembre, abbiamo assistito alla moda del musulmano terrorista. Oggi viviamo la moda rom, in cui sono permessi schedatura etnica e razzismo istituzionale. Le mode, si sa, non sono mai eterne. Essere di moda significa prima o poi diventare démodé. Le mode però passano, le vergogne rimangono.

Potrei cominciare a parlare di letteratura ma mi fermo qui perché ci vuole molto più spazio. Ed allora mi ripropongo di farlo in post mirati e monografici. Per ora è mio desiderio invitarvi alla prima ed unica data della Mise en scène di “Migranti, storie di uomini e pregiudizi”

Sabato, 30 Novembre 2013, al Teatro Gloria di Pomigliano d’Arco alle ore 20.00.

Noi tutti, componenti della Compagnia Teatrale “Iparitrapari”, l’orchesta, i costumisti, i tecnici audio-video e luci, vi aspettiamo e vi auguriamo di trascorrere un’oretta del vostro tempo in modo piacevole e culturalmente diverso.

Fioravante Conte

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