Mandarini cinesi

#RaccontiSottoLeFoglie: il colore di mamma

#Qualsiasi parte del mondo#

Fermo. Immobile. In compagnia di una lacrima, ogni giorno. Giovanni e il giardino di casa sua. È l’unico aiuto per le interminabili giornate tristi. Aiuto perché “iuva”, giova al suo martoriato umore. L’albero di arance, quello di mandarini, ci sono anche quelli cinesi. Arancione tutt’intorno. I limoni. Ecco il giallo. I merli a spasso nel prato gli rallegrano l’animo da quando lei non c’è più. La sua unica donna. La sua amica di sempre. Il suo angelo. La mamma. Il ricordo di lei gli penetra nella testa ogniqualvolta si affaccia dalla finestra in noce del salone di casa. Quella che dà sul giardino. Eccola. La vede raccogliere, sorridente, ora le violette di primavera, ora le rosse fragoline di campo. Indossa il suo sorriso di sempre che si intona perfettamente con il cinguettio dei passeri che si appoggiano qui e là sul prato di trifogli. Giovialità sparsa. La sua camicetta bianca ha delle minuscole rose rosse. I gerani rossi nelle teste appoggiate sul vialetto. Il rosso era il suo colore preferito. “Il colore di mamma” sospira Giovanni.

Si affaccia, Lo fa ogni giorno. E guarda prima verso le montagne che circondano la valle del suo paese, e poi giù, il giardino di casa. Spera ancora di ascoltare nel fischio del vento la carezza delle parole della mamma “Giovanni, vieni. Guarda che belle violette. Senti il profumo”. Le inferriate rosse, il colore della mamma. Il padre le fece dipingere così proprio per lei. “Mio padre ha sempre chiesto a lei cosa preferisse. Ha sempre chiesto il suo parere. Così come mi ripeteva sempre quanto fosse piena d’amore la domanda “Hai mangiato”? Papà sempre chiedeva a mamma, di ritorno da lavoro, “Robertina, hai mangiato”?. Lo ripete sempre agli amici che vanno a fargli visita”.

Gerani Rossi

Ed io sorridevo. Ricordo l’entrata di mio padre attraverso il cancelletto e la sua camminata affannata sulla scala tra la siepe. E mia mamma che stava lì ad aspettarlo” sussurra Giovanni. Un gesto quotidiano, una sorta di asepsi dalle infezioni della vita di paese. Un’asepsi non asettica grazie al rosso furore dell’amore per la vita della madre. Il suo paese ha in sé non solo la tranquillità tipica dei piccoli borghi ma anche tutta quell’invidia che ammala le piccole realtà. Il suo primo ed unico cane, un volpino di nome Rox, fu avvelenato proprio nel giardino di casa e sua madre morì proprio in quel luogo della sua memoria. “Il nostro giardino era una sorta di esilio privato, un luogo in cui lasciarsi alle spalle il marcescente ed il putrescente. In qualunque stagione dell’anno: coperto dalla neve invernale, illuminato dal sole primaverile, bruciato dalla canicola estiva, bagnato dalle prime piogge autunnali. I colori che cambiavano. Il rosso di una coccinella sulle neve, le rose e le fragoline, gli oleandri, le prime bacche rosse autunnali”.

Piccole Arance crescono

Negli anni dopo i venti fino a questi trenta inoltrati, da giovane scafato e vagabondo, Giovanni ha ricercato il suo giardino in tutte le città ed i paesi in cui ha vissuto: nei colori autunnali del Tiergarten di Berlino, nei viali alberati dell’Alameda di Santiago de Compostela, nel cicaleccio notturno dei parchi marini del Cilento. Ma soprattutto nei pettirossi romani di Villa Borghese. Rossi come il colore di sua mamma.

Il colore dell’amore, della passione, di un pugno in faccia, di un bacio, dell’emozione e dell’imbarazzo, dello sforzo, della rabbia e dello stupore, dell’occhio stropicciato, del bambino appena nato. Del sangue. Della sofferenza.

Di quella che ho provato io e che ha fatto ammalare mia mamma. Cerco sempre il suo sorriso nel giardino di casa, candido nel contrasto con il forte rossetto. Lo devo fare obbligatoriamente. È uno dei piccoli aiuti rimasti alla mia malattia. Ho trenta anni ormai. Un diabete non curato mi ha causato l’amputazione degli arti inferiori. E sto diventando cieco. Per questo motivo, ogni giorno apro la finestra del salone e mi affaccio sul mio giardino. L’odore della pioggia sulla terra, il rosso dell’ibiscus ed il ricordo di mamma. Le mie lacrime.

Ora posso ancora guardare. Ma non so fino a quando. Non so...”

Mandarini cinesi

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